venerdì 29 marzo 2013

A chi giova la decrescita?



Se parli di decrescita la gente si spaventa. O ti prende in giro.
Nel 90% dei casi è gente che non sa cosa sia, se non molto molto molto vagamente. E nel 95% dei casi è gente che sta BENE.

E’ incredibile, ma le persone che più si sconvolgono a sentir parlare di decrescita sono quelle che hanno il lavoro sicuro, con stipendio medio alto, la casa già pagata. Hanno figli già grandi, che spesso possono aiutare per cominciare a farsi una famiglia.
Lo so perché anche i miei genitori sono fra questi. Casa di proprietà, pensione discreta, due figli sposati. Non avevano soldi per aiutarci, ma già il fatto di non aver mai dovuto pagare il nido è stato molto utile.

Eppure, proprio queste persone, quelle che hanno la cucina piena di bevande e merendine e l’iscrizione in palestra per dimagrire, sono assolutamente terrorizzate dall’idea della decrescita. “Siamo già poveri” ti dicono di fronte a un armadio pieno di abiti che non usano mai. “La gente non arriva a fine mese” ribadiscono mentre guardano la partita per cui pagano un abbonamento privato oltre al canone pubblico.

Chi invece davvero non arriva a fine mese, o quelli meno sfortunati che ci arrivano sì ma non hanno idea se riusciranno a mantenersi anche l’anno prossimo, hanno un atteggiamento ben diverso. Loro ascoltano.
 Perché quando sai davvero cosa vuol dire essere in difficoltà, ti accorgi che le soluzioni prospettate dai più non funzionano: la crescita, il rilancio, la crescita, il rilancio, la crescita....
Lo dicono da anni, e la situazione peggiora.
Ecco quindi che si comincia a pensare che una soluzione diversa valga almeno la pena di essere ascoltata.

Non a caso non sentiamo né politici né, tantomeno, imprenditori che ne parlano. Ne hanno paura, certo: ma per loro stessi. La decrescita chiede una ridistribuzione del denaro, un limite alle differenze fra gli stipendi, una riduzione dei consumi e quindi dei guadagni. Ma i guadagni, lo sappiamo, sono in mano a pochi.
I dati dicono che in Italia le 10 persone più ricche hanno una ricchezza pari a quella dei tre milioni di italiani più poveri.
Quando sentirete ancora che la decrescita è una follia new age, provate a chiedervi a chi veramente non conviene prenderla in considerazione.

venerdì 22 marzo 2013

La scelta e la recessione



E’ questo un periodo in cui si parla molto di decrescita.
Tema che mi sta molto a cuore. Beh di più, stile di vita che cerco di seguire.
Dovrei esserne contenta ma sono invece perplessa. E’ vero che si dice “bene o male purché se ne parli”, ma qui più che parlarne si archivia deridendo.

Anche da parte dei giovani, e questo mi stupisce. Ma davvero non sentono la voglia, la necessità di cambiare? Credono ancora alla storia della crescita e della produttiva, come se potesse essere un modello funzionante all’infinito?

Quasi tutti ne sono spaventati. Perché sono convinti che con la decrescita si stia peggio.
“Ce già la decrescita – mi è stato detto – e nessuno è felice”.
No un momento. Non c’è proprio nessuna decrescita. Noi siamo in recessione.

Decrescita e la recessione sono concetti molto diversi.
Qualcuno li paragona perché, in entrambi i casi, c’è una contrazione dei consumi e delle spese. Ma la differenza è la stessa che c’è fra un graduale cambiamento alimentare modellato sui propri gusti personali per sentirsi più in forma e una rigida dieta imposta dal medico per gravi motivi di salute.
In una parola: la scelta.

La decrescita è una scelta consapevole. Io scelgo dove e come cominciare a consumare meno e meglio, a essere maggiormente responsabile verso il mondo che mi circonda (che è mio, quindi voglio preservarlo), a usare il buon senso di antica memoria più che la moda imposta dagli ultimi anni (decenni a volte).

La recessione, invece, impone. Non c’è più scelta, né margine di trattativa. Investe tutto e distrugge.
Anche perché la recessione soffre del mito di Cassandra: lei avvisa quando arriva, ma nessuno le crede.

Quindi, la differenza è sostanziale. Un elemento su tutti: con la decrescita si creano posti di lavoro alternativi, con la recessione si perdono e basta.
Eppure a molti sfugge questa considerazione. Il motivo? Non solo che il consumismo fa comodo a chi governa e a chi ricco (eccessivamente) è e ricco (eccessivamente) vuol restare.. E’ che la decrescita fa paura.
Come tutto ciò che non si conosce, fa paura. Noi non abbiamo mai provato a decrescere: siamo passati dalla povertà alla guerra alla ricostruzione al boom economico. Poi la crescita, la scala mobile... e poi i primi scricchiolii. Ma a sentir parlare di ‘meno’ veniva in mente la guerra, la povertà. E tutti a rifuggire.

Ma la decrescita non è povertà, è buon senso. Il buon senso che ti fa spegnere la luce prima di andare a dormire, perché nessuno lascia la luce accesa in cucina tutta notte per essere più comodo al mattino. Ovvio, no? Certo! E allora, perché mai accettiamo di avere televisioni e lettori dvd che tengono una luce (per quanto piccola) accesa 24 ore al giorno?

mercoledì 20 marzo 2013

E' solo un bicchiere



Nei giorni scorsi si è discusso del gesto dell’attuale presidente m5s alla Camera Roberta Lombardi, che ha bevuto alla fontanella presente al Parlamento non servendosi di un bicchiere di plastica ma sottolineando che il giorno dopo ne avrebbe portato una da casa.
Mi sarebbe piaciuto dire ‘si è discusso molto’ ma in realtà se ne è discusso, per me, troppo poco. Solo qualche accenno qui e là per far vedere quanto quelli dell’m5s sono fissati su certe cose – anche un po’ inutili – e non pensano alle cose serie.

Io, invece, penso che un gesto così serio in Parlamento non lo vedevo da anni.
Vi dico subito che non ne faccio una questione politica. Non mi interessa chi ha fatto quel gesto; al massimo, mi interessa molto di più chi non l’ha fatto.
Non l’ha fatto, per esempio, Vendola. Eppure nel nome del suo partito ci ha messo la parola ecologia. Ma non ha pensato a fare un gesto che molti definirebbero ‘piccolo’. E il problema è proprio questo, non ci ha pensato. Non perché avesse cose più grandi da fare. Le avrà avute, non discuto, ma quel gesto non gli costava nulla.
La realtà è che probabilmente non ci ha mai pensato. A nessuno è mai venuto in mente di portarsi un bicchiere da casa, da sciacquare ogni sera. Risparmiando milioni di bicchieri di plastica.

Non è venuto in mente a nessuno in Parlamento. Altrove, sì. Per esempio, nella scuola dei miei figli. Le maestre hanno chiesto un bicchiere sì di plastica ma non usa e getta, per non continuare a buttarli via e a ricomprarli (e ovviamente li avremmo pagati noi genitori).  E i miei figli in cartella hanno il bicchiere riutilizzabile.
Ce l’ho anche io, in ufficio. O meglio, io ho una bottiglietta, che riutilizzo. Ma il concetto è lo stesso.

Allora il gesto della Lombardi non è una stupidaggine, non è un’inezia in confronto alle priorità del Paese. Intanto, perché si può benissimo discutere delle priorità del Paese col bicchiere riutilizzabile in borsa. Ma anche perché la vera priorità è avere una classe politica che si comporta bene, come chiede di fare a noi.
Vedere un politico che usa un bicchiere riutilizzabile mi fa sentire meno sola, e anche meno stupida. Mi fa pensare che c’è qualcuno che ha capito che l’attenzione all’ambiente e ai rifiuti passa da cose semplici, facili e quotidiane. E che da lì si parte per raggiungere obiettivi più grandi.

Insomma, mi ha fatto sperare bene.

Quelle famiglie lì, sono io



Quando parlo di decrescita, quasi sempre il mio interlocutore mi guarda stranito e poi ribatte: “Ma non lo sai che ci sono famiglie in cui si vive in quattro con stipendi precari e pagano anche il mutuo?”
Stop, fermi. Quelle famiglie lì, sono io.
Io sono una giornalista professionista laureata e precaria che non ha (e non avrà mai) un lavoro sicuro.
Io ho un mutuo che pago da 10 anni e pagherò per altri 15: una cementificazione dell’unione dei coniugi da far beffe al sacramento del matrimonio. E mi ritengo pure F O R T U N A T A a pagare solo 600 euro.
Io ho dei figli: tre per l’esattezza (perché la decrescita non diminuisce le cose belle) a cui devo assicurare cose grandi come la casa, il cibo e la salute; cose piccole come il gelato, le vacanze e lo sport; cose enormi come la tranquillità di andare a dormire la sera sognando cosa vogliono fare da grandi.
Quindi, quando parlo di decrescita, siate pure in disaccordo ma vi prego, non ditemi: “Ma non sai che ci sono famiglie che?”
Certo che lo so: quelle famiglie lì, sono io.

martedì 19 marzo 2013

Partiamo da qui



Ci sono tanti motivi per cui si apre un blog, ma poi qualcosa fa scattare la scintilla.
Nel caso di questo blog, è stato un articolo letto sul Il Giorno a titolo “La decrescita (in)felice” a firma di Giuseppe Turani (7 marzo 2013).

Decrescita: un argomento che ho incontrato sulla mia strada per caso, più o meno vent’anni fa (quando ne avevo più o meno 20) e da subito mi è parsa la via giusta: la crescita non poteva funzionare all’infinito, e si doveva trovare un altro metodo.

A distanza di due decenni, sono stupita di quanto il mondo si ostini nella sua illusione. Pensare di lavorare oggi come si faceva nel 1867 (anno in cui si è fissato l’orario a 8 ore giornaliere) mi sembra un’assurdità. Eppure, se qualcuno dice che dovremmo consumare come facevamo un secolo fa ti danno del pazzo, ti dicono “Vorrai mica fare nell’800?”. Io no, perché voi vi ostinate?

L’articolo di Turani segue quella linea. Chi parla di decrescita, secondo il giornalista, vorrebbe tornare negli anni Cinquanta. Ma è evidente che non può essere così per un semplice fatto: non c’è modo di tornare indietro nel tempo. Se ci fosse, io mi prenoto subiro: voglio tornare ad avere 25 anni.
Ma non è possibile, bisogna andare avanti. E andare avanti producendo come facevamo negli Anni Cinquanta, dopo due guerre mondiali, quello sì è una follia. Lavorare come facevamo nel 1867, quello sì che non ha senso.

La decrescita è la strada da seguire. L’alternativa è la recessione. E quella sì che fa paura davvero.