Ci sono tanti motivi per cui si apre un blog, ma poi
qualcosa fa scattare la scintilla.
Nel caso di questo blog, è stato un articolo letto sul Il
Giorno a titolo “La decrescita (in)felice” a firma di Giuseppe Turani (7 marzo
2013).
Decrescita: un argomento che ho incontrato sulla mia strada
per caso, più o meno vent’anni fa (quando ne avevo più o meno 20) e da subito
mi è parsa la via giusta: la crescita non poteva funzionare all’infinito, e si
doveva trovare un altro metodo.
A distanza di due decenni, sono stupita di quanto il mondo
si ostini nella sua illusione. Pensare di lavorare oggi come si faceva nel 1867
(anno in cui si è fissato l’orario a 8 ore giornaliere) mi sembra un’assurdità.
Eppure, se qualcuno dice che dovremmo consumare come facevamo un secolo fa ti
danno del pazzo, ti dicono “Vorrai mica fare nell’800?”. Io no, perché voi vi
ostinate?
L’articolo di Turani segue quella linea. Chi parla di
decrescita, secondo il giornalista, vorrebbe tornare negli anni Cinquanta. Ma è
evidente che non può essere così per un semplice fatto: non c’è modo di tornare
indietro nel tempo. Se ci fosse, io mi prenoto subiro: voglio tornare ad avere
25 anni.
Ma non è possibile, bisogna andare avanti. E andare avanti
producendo come facevamo negli Anni Cinquanta, dopo due guerre mondiali, quello
sì è una follia. Lavorare come facevamo nel 1867, quello sì che non ha senso.
La decrescita è la strada da seguire. L’alternativa è la
recessione. E quella sì che fa paura davvero.
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